Economia civile e agricoltura sociale:il valore nascosto
L’altro giorno una mia carissima amica mi ha invitato ad una cena a casa sua. A fine cena portò in tavola due piattini, ciascuno con una mela. Erano piccole e un po’ imperfette, ben lontane dalle mele lucide dei supermercati. «Questo è il dolce», disse. «Io sono una persona semplice anche a tavola: per te ho preparato la zuppa di verdure del mio orto e il pane fatto in casa, ripieno di peperoni e patate.» Poi aggiunse: «Mangia questa mela e dimmi cosa ti viene in mente».
Per un attimo pensai che volesse tentarmi come Eva con il frutto proibito. Invece, cominciò a raccontarmi la storia nascosta dietro quel frutto: «Quando ci sediamo a tavola», mi spiegò, «difficilmente pensiamo al percorso di una mela prima che arrivi nel nostro piatto». Eppure, dietro un semplice frutto si cela un mondo intero.
Da brava sociologa, mi spiegò che in uno spazio invisibile al consumatore si incontrano tre realtà distinte:
– l’economia tradizionale, con grandi distribuzioni e monocolture intensive;
– l’agricoltura sociale, espressione concreta di quest’ultima, che trasforma i campi in laboratori di speranza e riscatto.
L’economia civile non è un’invenzione contemporanea. Lesue radici affondano nel Settecento, quando il filosofo ed economista napoletano Antonio Genovesi teorizzò un sistema economico capace di coniugare efficienza produttiva e umanità. Diversamente da un modello assistenziale o da uno puramente orientato al profitto, l’economia civile mette al centro le persone e costruisce reti capaci di trasformare fragilità e marginalità in occasioni di crescita per tutti. In questo modo dà concretezza all’idea di sostenibilità: rispondere ai bisogni di oggi senza togliere futuro alle prossime generazioni. Un esempio concreto è l’agricoltura sociale, che unisce rispetto per l’ambiente e inclusione sociale.
Dopo quasi un’ora e mezza si fermò a riprendere fiato, poi disse: «Secondo te, Enrico, quanti sanno davvero cos’è l’agricoltura sociale? Tu lo sai, vero, che si tratta di quell’esperienza che unisce alla produzione agricola servizi educativi, terapeutici e percorsi di inclusione lavorativa per persone con disabilità o in situazioni di fragilità?».
Negli ultimi anni l’agricoltura sociale è cresciuta in Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Campania, Sicilia ed Emilia-Romagna. Proprio quest’ultima regione rappresenta un esempio virtuoso: qui le aziende agricole diventano luoghi di riscatto e di futuro, offrendo competenze e opportunità concrete a chi vive situazioni di svantaggio. Le cooperative e le imprese impegnate in questo modello adottano pratiche sostenibili, come l’agricoltura biologica, la rotazione delle colture, il compostaggio e la riduzione dei pesticidi, dimostrando che inclusione sociale e rispetto dell’ambiente possono camminare insieme.
«Adesso è giusto che tu scriva tutte queste cose importanti nel tuo prossimo articolo, perché un’altra economia è possibile.» «Certo, è un tema fondamentale», risposi. Poi sorrisi e aggiunsi: «Sai, credo che fin dalla notte dei tempi l’uomo non abbia mai davvero compreso cosa si nasconde dietro una mela. La prossima volta ceneremo da me: una pizza e, per dolce, le tue mele. Così non dovrai più spiegarmi nulla su cosa si nasconde dietro una mela… almeno fino al prossimo frutto!»
Non dimenticherò mai che ogni morso può racchiudere una rivoluzione silenziosa, fatta di mani che accudiscono la terra e, nello stesso tempo, aiutano chi è più fragile.
È un argomento affascinante e inquietante allo stesso tempo, con implicazioni etiche profonde. Questa premessa è doverosa.
Come l’intelligenza artificiale cambierà per sempre il nostro rapporto con la morte e il ricordo.
Ieri sera, scorrendo i messaggi su WhatsApp, mi è saltata agli occhi la foto profilo di mia madre. Non c’è più da anni… eppure lì, sorridente sullo schermo, sembrava quasi aspettare un mio messaggio. Per un attimo mi è passato in testa un pensiero assurdo: “E se le scrivessi? E se arrivasse davvero una risposta?” Sembra la trama di un film di fantascienza, lo so. E invece… sorpresa: oggi è già realtà. Difficile da credere? Certo. Eppure, eccoci qui, nell’era dell’eredità digitale, dove la morte non è più la fine di tutto. Preparati, perché quello che sto per raccontarti ti lascerà a bocca aperta (ed è tutto vero e verificabile).
Quando la tecnologia incontra il lutto. Tutti abbiamo lasciato tracce digitali ovunque: messaggi, foto, post sui social, mail. Aziende come hereafter.ai e eternime.com, stanno trasformando questi dati in chatbot (programmi capaci di simulare una conversazione reale grazie all’intelligenza artificiale) che possono dare l’illusione di dialogare ancora con chi non c’è più, possono “pensare” e “parlare” come noi. Microsoft ha addirittura brevettato un sistema che analizza messaggi, mail e post per creare chatbot che rispondono esattamente come la persona originale.
Per verificare le informazioni sui brevetti Microsoft: ricerca patent US 10,853,717.
Il processo è sorprendentemente semplice: algoritmi avanzati studiano i nostri pattern linguistici, le preferenze, il modo di esprimersi. Il risultato? Un’intelligenza artificiale che risponde con la nostra voce e il nostro stile.
I cosiddetti “deadbot” – chatbot del lutto – stanno trasformando i nostri cari defunti in conversazioni interattive.
L’abbraccio impossibile. Ma la tecnologia non si ferma alle chat. Il caso che ha sconvolto il mondo è quello di Jang Ji-sung, madre sudcoreana che nel documentario “Meeting You” ha riabbracciato virtualmente sua figlia Nayeon, morta a sette anni. Il video ha raggiunto 13 milioni di visualizzazioni in una settimana.
Per verificare i dettagli del documentario: munhwa.com(sito dell’emittente MBC sudcoreana che ha prodotto il documentario).
La scena è straziante: una madre con il visore VR che accarezza l’avatar della figlia. Mi chiedo: è una nuova forma di consolazione per la sua assenza?
Il lato oscuro dell’immortalità. Dietro questa promessa di consolazione si nascondono domande inquietanti: chi controlla i nostri “fantasmi digitali”? Una volta morti, i dati diventano proprietà di aziende private. E se queste aziende falliscono? E chi garantisce che questi avatar non vengano hackerati?
Gli psicologi sono divisi: alcuni vedono nell’AI uno strumento di supporto emotivo rivoluzionario, altri temono che blocchi il naturale processo di elaborazione del lutto. Il rischio è rimanere intrappolati in un limbo digitale dove non si può mai dire addio.
Per approfondimenti psicologici: apa.org (American Psychological Association).
Un business in espansione. Il mercato dell’immortalità digitale cresce rapidamente. Gli esperti prevedono che entro il 2030 queste tecnologie diventeranno mainstream, trasformando i cimiteri in musei interattivi.
James Vlahos, fondatore di HereAfter AI, sostiene che “non si tratta di sostituire chi abbiamo perso, ma di creare un ponte emotivo che aiuti nel processo di elaborazione del lutto”. Belle parole, ma è davvero così semplice?
Siamo pronti a un mondo dove la morte non è più definitiva? Dove i nostri cari “sopravvivono” per sempre in forma digitale, ma sotto il controllo di algoritmi e multinazionali?
L’immortalità digitale promette di curare il dolore più profondo dell’umanità, ma il prezzo potrebbe essere la nostra concezione di vita, morte e ricordo. E se perdessimo la capacità di elaborare il lutto naturalmente?
Riflessione finale. Nella corsa a vincere la morte attraverso la tecnologia perderemo la capacità di elaborare il dolore, di trovare pace nel ricordo?
Questa rivoluzione ci obbligherà a ripensare il nostro rapporto con la vita, la morte e ciò che resta di noi.
E tu, saresti pronto a “rivivere” per sempre come avatar digitale?
NOTA IMPORTANTE PER I LETTORI: data la delicatezza e la complessità dell’argomento trattato, si consiglia di verificare le informazioni presentate sui principali siti web di riferimento menzionati, con un approccio critico prima di trarre conclusioni personali.
Articolo giornalistico pubblicato in data 19.09.25 sul quotidiano Friuli-Venezia Giulia.
Non so voi, ma quando vedo un orologio mi chiedo spesso cosa stesse pensando chi l’aveva costruito. Chissà, forse voleva controllare il tempo bloccandolo in qualche modo. Credo che da sempre ogni civiltà si sia inventata i propri “codici del tempo”, cioè delle tecniche per controllare il tempo, per dare un senso al tempo che ci scivola via.
I codici del tempo sono praticamente tutti quei simboli, calcoli, opere d’arte che le varie culture hanno escogitato per rappresentare il tempo. Ogni popolo ha avuto la sua idea, e guardando queste cose puoi capire cosa pensa l’uomo. È sempre la stessa storia: ognuno vuole trovare la soluzione giusta per controllare il tempo.
Gli egizi erano fissati con l’eternità. Nei loro geroglifici c’era questo serpente, l’Ouroboros, che si mordeva la coda facendo un cerchio perfetto. Per loro il tempo non andava dritto come pensiamo noi, ma girava in tondo – niente finiva mai veramente, tutto si trasformava e ripartiva.
Il loro Libro dei Morti era pieno zeppo di formule magiche e simboli per l’aldilà. Non era esattamente un manuale di istruzioni, ma quasi: spiegava ai morti come orientarsi nell’altro mondo e come fare per diventare immortali. Roba da far impallidire qualsiasi fantasy moderno.
Saltiamo avanti di qualche migliaio di anni e arriviamo a Leonardo. Qui cambia tutto. Se gli egizi volevano l’eternità, Leonardo da Vinci voleva congelare l’istante. I suoi “codici del tempo” sono completamente diversi – più precisi, più scientifici, ma con la stessa urgenza di fondo.
Leonardo ha riempito migliaia di fogli con quello che potremmo chiamare “istantanee del tempo”: come si muove l’acqua, come funziona il corpo umano in un momento specifico, macchine per misurare fenomeni naturali con una precisione mai vista. Per lui ogni secondo era unico e irripetibile, e il suo compito era fermarlo sulla carta prima che svanisse.
I social media: i nuovi codici del tempo. Adesso guardiamoci intorno. I nostri telefoni registrano ogni nostro respiro, ogni foto, ogni video è un tentativo di congelare un momento prima che se ne vada, non sono forse i nuovi “codici del tempo”?
La paura è sempre la stessa: quella di essere dimenticati, di vedere sparire nel nulla i nostri momenti importanti. Gli egizi mummificavano i corpi, Leonardo riempiva quaderni, noi bombardiamo Instagram. Cambia la tecnologia, l’ansia resta identica.
L’arte come macchina del tempo. Ma forse i veri codici del tempo non sono quelli scientifici – sono quelli artistici. Una fuga di Bach ti trasporta indietro nel tempo. Un quadro di Caravaggio ha intrappolato la luce di 400 anni fa e te la rimanda addosso intatta, come se fosse ieri.
I codici del futuro: l’intelligenza artificiale e la blockchain. Stiamo facendo sempre le stesse cose degli egizi, solo con più tecnologia. L’intelligenza artificiale che ricrea le personalità dei morti, la blockchain che conserva tutto per sempre, la criogenia che vuole mettere in pausa il corpo. Stesso identico desiderio: l’immortalità, il controllo del tempo, l’idea che niente debba andare perduto.
La prossima volta che vi capita di vedere un orologio antico, un geroglifico o uno schizzo di Leonardo, fermatevi un attimo a pensare a cosa stessero davvero cercando: l’immortalità, o era solamente un modo per dare senso al presente?
Articolo pubblicato in data 11.09.25 sul quotidiano PordenoneOggi e sul FriuliVeneziaGiulia
Non mi riferisco a ricerche da “smanettoni” su internet, ma di una tecnica di analisi e di indagine rivoluzionaria, che mescola giornalismo investigativo, big data e AI per acquisire vantaggi competitivi misurabili, e senza violare la legge.
Tutti hanno accesso agli stessi strumenti di ricerca, ma la differenza la fa chi sa utilizzarli meglio, chi ha la giusta preparazione per analizzarli, e con metodologie professionali che trasformano informazioni sparse in intelligence strategica.
Gli strumenti che stanno cambiando le regole. I principali player del mercato competitive intelligence e il 61% dei marketer affermano che l’analisi competitiva aiuta a identificare nuove opportunità di business. Ma quando hai troppi dati, il rischio è perdersi dentro.
Il data journalism è una disciplina che unisce il giornalismo tradizionale con l’analisi e la visualizzazione di grandi quantità di dati. In pratica, i giornalisti che si occupano di data journalism usano i numeri solo da fonti pubbliche, database governativi, registri societari, pubblicazioni scientifiche, social media, banche dati, per trovare storie e raccontarle in modo più preciso e oggettivo, seguendo metodologie d’analisi e alcune volte tecniche investigative giornalistiche. La differenza con lo spionaggio industriale? Tutto è trasparente, estremamente legale.
Come funziona. Il processo del data journalism si può dividere sinteticamente in diverse fasi:
– Raccolta dei dati: la prima fase consiste nel trovare i dati. Possono provenire da fonti pubbliche (come enti governativi, istituti di ricerca, database aperti), da documenti aziendali o da ricerche commissionate;
– Pulizia e analisi dei dati: i dati grezzi sono spesso disordinati e pieni di errori. Vanno quindi “puliti” per renderli utilizzabili. Successivamente, vengono analizzati per individuare tendenze, correlazioni, anomalie o schemi che possano costituire la base di una storia;
– Contestualizzazione: i numeri da soli non bastano. Il data journalist deve interpretare i dati e metterli in relazione con il contesto sociale, economico o politico per dare loro un significato;
– Visualizzazione: spesso i dati vengono raccontati attraverso grafici, mappe interattive, infografiche o altre visualizzazioni. Questo rende le informazioni più facili da capire per il pubblico e trasforma i numeri in una narrazione visiva coinvolgente;
– Narrazione: l’ultima fase è la scrittura della storia. Il giornalista usa i dati e le visualizzazioni come prove per creare un racconto che sia informativo e d’impatto.
Pertanto, un data journalist esperto può:
– Anticipare le mosse dei competitors;
– Identificare nuovi mercati nazionali ed esteri;
– Prevedere crisi settoriali;
– Scoprire partnership nascoste;
– Mappare strategie di pricing;
– Creare contenuti giornalistici promozionaliper far conoscere l’impresa all’estero. Trasformare i dati di settore in storytelling strategico, è un’attività che può beneficiare di contributi a fondo perduto per l’internazionalizzazione.
Un esempio concreto per l’Italia. Prendiamo un’azienda metalmeccanica italiana che vuole espandersi nei mercati europei. Il data journalist incaricato, dovrà: condurre ricerche di mercato approfondite sui competitor principali e su potenziali clienti e distributori, analizzare il messaging pubblicitario e il linguaggio narrativo utilizzato sui siti web delle aziende concorrenti e delle eventuali sue collegate, studiare i bandi di gara europei per individuare nuove opportunità di business, analizzare i dati di bilancio dei concorrenti individuati, creare contenuti giornalistici promozionali per far conoscere l’impresa italiana verso alcuni paesi esteri, trasformando dati di settore in storytelling. Tutto legale, tutto pubblico, ma con risultati strategici che possono orientare investimenti milionari del committente.
Il gap italiano. In Italia questa figura è sconosciuta, mentre in USA e nel nord Europa le aziende hanno collaborazioni consolidate con i data journalist. Le aziende italiane si affidano, invece, a non qualificati consulenti o a “smanettoni” interni all’azienda, perdendo opportunità decisive.
Casi verificati. Netflix ha raggiunto 301.63 milioni di abbonati globalmente a fine 2024, dominando il mercato streaming. Non ha vinto per intuizione, ma interpretando meglio i dati: pattern di consumo digitale, preferenze degli utenti, ottimizzazione dei contenuti.
Impatto business e futuro. Prima servivano mesi per un’analisi competitiva, oggi abbiamo insight in tempo reale. Il problema è che velocità e accuratezza non vanno sempre d’accordo: i primi dati che arrivano sono spesso incompleti o fuorvianti. Eppoi, diciamoci la verità: i dati raccontano cosa sta succedendo, ma raramente spiegano il perché. Gli strumenti gratuiti come Google Alerts e Similarweb hanno democratizzato l’accesso all’intelligence competitiva, ma attenzione: hanno anche dei limiti importanti in termini di profondità e frequenza di aggiornamento.
I competitors internazionali investono massicciamente, mentre chi non lo fa rischia di rimanere indietro perché non sa cosa fanno gli altri.
Le aziende italiane fanno ancora tempo a colmare il gap, ma serve la cultura del dato e, soprattutto, riconoscere che il data journalism non è lusso ma una necessità strategica.
Nota dell’autore: chi scrive sta sviluppando un ebook sul “Data journalism per l’analisi competitiva: manuale pratico per aziende italiane”, per colmare un vuoto formativo che costa caro alle nostre imprese.
La vera competenza futura non sarà raccogliere più informazioni degli altri, ma saper scegliere quando ignorarle.
Enrico Sgariboldi
BRAND & DATA JOURNALISM Scegliere sempre il giornalismo d’impresa, la pubblicità cerca di convincere, il giornalismo, invece, informa e costruisce credibilità.
Rubrica Made in Italy del quotidiano Pordenone Oggi. Articolo del 6/09/2025
Continua il viaggio nel Made in Italy, nelle acque cristalline del mare ligure, a pochi metri dalla costa di Noli, per scoprire una rivoluzione agricola silenziosa di cui il mondo intero ci invidia e ne parla, ma tranne che in Italia (come al solito).
Nel mare, sott’acqua dove normalmente si troverebbero solo pesci e alghe, crescono il basilico, la lattuga e altri ortaggi, proprio in un ambiente che sfida ogni logica agraria tradizionale.
Questo fatto ha rievocato in me il romanzo “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne. È difficile credere a questa notizia, lo so. Anch’io inizialmente ho stentato a crederci. Ma caro lettore sappi che questa invenzione è l’ennesima prova dell’abilità degli italiani, trattasi di pura e incredibile intelligenza italiana. Comunque, per evitare dubbi e perplessità, fornisco subito il link di riferimento per una tua eventuale verifica:
Affermare che si tratta di un progetto veramente unico e pionieristico, secondo me è davvero poco
Ho scoperto questa invenzione durante una serie di ricerche finalizzate ad individuare metodi alternativi e salutari di produzioni agricole, per scriverci un articolo. Così ho individuato la storia dei Giardini di Nemo. Una storia incredibile e affascinante, iniziata nel 2012 da un’idea rivoluzionaria di Sergio Gamberini (lode a questo grande genio italiano), fondatore dell’Ocean Reef Group, azienda specializzata nel settore delle attrezzature subacquee. Questa invenzione ha dato vita a quello che oggi è riconosciuto come il primo orto italiano subacqueo al mondo. Possiamo dire un Made in Italy unico nel suo genere.
Il progetto rappresenta una delle più innovative frontiere dell’agricoltura sostenibile, dimostrando che è possibile coltivare anche negli ambienti più inaspettati.
Le biosfere sottomarine. Situato a circa 40 metri dalla spiaggia di Letizia, il Giardino di Nemo è un sistema di serre subacquee composto da nove biosfere modulari, alcune delle quali dotate di sistemi idroponici avanzati, inclusa una biosfera osservatorio e una per la coltivazione di microgreens. Queste strutture galleggianti sono ancorate al fondale marino e sfruttano l’energia solare e la condensazione dell’umidità per l’irrigazione, creando un ecosistema autosufficiente e a basso impatto ambientale. All’interno di queste strutture sottomarine crescono basilico, lattuga e altri ortaggi, creando un ecosistema agricolo completamente nuovo. Questa varietà di coltivazioni evidenzia il potenziale dell’agricoltura subacquea per adattarsi a diverse tipologie di piante e necessità alimentari.
I Giardini di Nemo rappresentano un approccio rivoluzionario che non entra in competizione con gli ecosistemi terrestri, ma offre un’alternativa ecologica per la coltivazione in ambienti difficili. Il sistema garantisce condizioni termiche ottimali e rese paragonabili a quelle di una serra convenzionale, con un vantaggio decisivo: l’assenza di consumo energetico aggiuntivo.
Questa soluzione apre prospettive concrete per le comunità costiere che necessitano di autosufficienza alimentare e per aree dove l’agricoltura tradizionale risulta problematica o impossibile. La ricerca ha inoltre attirato l’interesse delle industrie farmaceutiche, aprendo nuove frontiere per la produzione di principi attivi in ambiente marino controllato. Il progetto ha sviluppato partnership strategiche che accelerano la ricerca e lo sviluppo. La collaborazione con Siemens ha permesso al team di utilizzare “gemelli digitali” della biosfera subacquea, dimostrando come le tecnologie digitali avanzate possano supportare l’innovazione agricola del futuro
Un progetto che merita maggiore attenzione anche dal governo italiano
I Giardini di Nemo rappresentano un’eccellenza italiana nel panorama dell’innovazione mondiale, eppure questo progetto rivoluzionario non riceve ancora l’attenzione mediatica e il sostegno istituzionale che meriterebbe. Si tratta di una tecnologia pionieristica con potenzialità enormi per affrontare le sfide alimentari globali.
Sergio Gamberini e il suo team meriterebbero un riconoscimento più ampio per aver sviluppato una soluzione così innovativa e sostenibile. Il governo italiano dovrebbe considerare questo progetto come una priorità strategica, sostenendo economicamente e mediaticamente questa eccellenza nazionale che potrebbe posizionare l’Italia come leader mondiale nell’agricoltura del futuro.
Soluzioni per terre limitate: alternativa ecologica per luoghi difficili.
Efficienza energetica: rese paragonabili a serra tradizionale senza energia aggiuntiva.
Nonostante il riconoscimento estero, in Italia l’iniziativa riceve ancora scarsa attenzione istituzionale (come al solito). Valorizzare un’eccellenza come questa significherebbe rafforzare il ruolo del Paese nell’innovazione agricola mondiale e dare un contributo concreto alla sostenibilità alimentare del futuro.
E tu come la pensi?
A me questa invenzione italiana mi ha affascinato, facendomi capire che esistono anche modi sostenibili per alimentare la nostra civiltà.
Siamo giunti alla terza parte di questa inchiesta sulle frodi alimentari e sul Made in Italy.
In questo articolo tratterò le soluzioni al problema.
Per prima cosa, per poter contrastare il fenomeno delle frodi alimentari è necessario “fare cultura”, è necessario che il consumatore comprenda quanto è importante acquistare prodotti Made in Italy 100 percento, e soprattutto che legga sempre in modo accurato l’etichetta prima di ogni acquisto.
Secondariamente, per combattere efficacemente il fenomeno delle frodi, serve anche la volontà politica di adottare tutta una serie di misure di contrasto.
Richiesta ai nostri politici:
– Etichette QR code in tecnologia blockchain, che permettono con la scansione di conoscere istantaneamente la storia del prodotto (origine, certificazioni, date, lotti). La blockchain è un registro digitale che consente la tracciabilità e l’immodificabilità. del dato. Consente di verificare facilmente ogni passaggio dal campo alla tavola, garantendo che i dati su provenienza e processi non possano essere falsificati.
Rete di controllicoordinati tra le forze preposte, per assicurare efficacia ed evitare sovrapposizioni. L’obiettivo è seguire il prodotto dall’importazione fino alla vendita al consumatore finale, garantendo trasparenza e conformità normativa in ogni fase del processo. Significa adottare un sistema di verifiche sistematiche che includa:
– Strategia di controllo integrata lungo la filiera produttiva. Il sistema di vigilanza dovrà articolarsi su tre livelli complementari che seguono il percorso delle materie prime fino al consumatore finale.
Il primo livello interviene a monte della filiera, identificando gli importatori di materie prime e semilavorati per mappare la rete di aziende acquirenti e verificare successivamente le caratteristiche dei prodotti finali realizzati da questi clienti.
Il secondo livello si deve concentrare sui canali distributivi, sia tradizionali che digitali, con particolare attenzione ai clienti di importatori e distributori. Questo include un monitoraggio sistematico dei siti web aziendali per garantire che informazioni prodotto, descrizioni tecniche e modalità di presentazione rispettino la normativa vigente.
Il terzo livello riguarda le pratiche commerciali, sempre focalizzato sui clienti della filiera di importazione e distribuzione, per assicurare che comunicazione pubblicitaria, schede prodotto e dichiarazioni di conformità siano accurate e trasparenti verso i consumatori.
Questo sistema garantisce un controllo capillare dall’origine delle materie prime fino al punto vendita, creando una rete di verifiche che copre tutti gli aspetti della commercializzazione.
– Maggiori controlli mediante rafforzamento del numero degli addetti delle forze dell’ordine preposte ai controlli, con figure professionali già qualificate come il tecnologo alimentare che potrebbero essere assunte dallo stato.
– Sanzioni economiche e penali più severe. Le misure di contrasto devono prevedere, nei casi di maggior gravità, oltre a sanzioni economiche severe, la chiusura immediata dell’attività produttiva e commerciale. Perché se non si puniscono in modo severo quei soggetti truffaldini, non si riuscirà mai aa tutelare il consumatore.
– App per segnalare alle forze dell’ordine anomalie o sospette frodi.
– Incentivi, come premi fiscali o contributi, per aziende trasparenti che utilizzano la tecnologia blockchain per certificare la tracciabilità di tutto il processo di produzione.
– Certificazioni digitali pubbliche: creare un marchio di garanzia governativo Made in Italy 100 percento in tecnologia blockchain.
– Campagne di comunicazione a carattere governativo su come leggere le etichette. Bisogna insegnare nelle scuole come si legge un’etichetta. Sembra banale, ma quanti di noi sanno davvero decifrare le informazioni nascoste dietro codici, sigle e diciture? I nostri ragazzi dovrebbero uscire dalle aule sapendo leggere un’etichetta, distinguendo se un olio è 100% italiano oppure è una miscela. È educazione civica del terzo millennio: formare consumatori consapevoli che non si facciano “abbindolare” da etichette ingannevoli.
– Educazione e consapevolezza dei consumatori: campagne informative sull’attività dei Consorzi di Tutela. Sono: Enti privati riconosciuti dal Ministero che tutelano denominazioni DOC/DOP (vini, formaggi, oli, insaccati). Sono gli Ambasciatori della cultura gastronomica italiana, custodi delle tradizioni territoriali attraverso disciplinari severi e controlli costanti. Il loro obiettivo è di educare i consumatori per renderli alleati nella lotta alle frodi e nella tutela dell’autenticità italiana.
Prossimamente integrerò i contenuti del presente articolo con interviste agli esponenti dei marchi DOP, DOC, DOCG, IGP del Friuli-Venezia Giulia e alle aziende agroalimentari del territorio, perché le loro storie meritano di essere raccontate e approfondite in un nuovo articolo-inchiesta dedicato. Intervisterò anche i responsabili delle forze dell’ordine preposte ai controlli, al fine di valorizzare e meglio testimoniare il loro importante e prezioso lavoro sul territorio.
Concludo raccomandando come sempre ai lettori di leggere bene le etichette prima di ogni acquisto. Comprate sempre i prodotti Made in Italy 100% perché sono delle vere eccellenze a livello mondiale.
Per chi non avesse letto il precedente articolo, ecco il link:
Articolo pubblicato in data 19.08.2025 su CODICEITALIA (rivista internazionale).
Paralleli tra antiche pratiche e tecnologie moderne
Se vi dicessi che l’idea di base di un registro immutabile” ha radici millenarie?
Immaginate di poter viaggiare indietro nel tempo, attraversando i millenni fino a raggiungere le sabbie dorate dell’antico Egitto. Qui, tra le piramidi e i templi monumentali, scoprireste che i concetti fondamentali della moderna blockchain erano già vivi nella mente dei sacerdoti e degli scribi del Nilo. Infatti, gli antichi egizi svilupparono principi che oggi ritroviamo nella blockchain:
– Ridondanza: conservavano copie multiple di documenti importanti in templi diversi per garantire sopravvivenza delle informazioni;
– Autenticazione: i cartigli reali e i sigilli personali funzionavano come “firme digitali” impossibili da falsificare grazie alla complessità geroglifica;
– Timestamping: gli egizi datavano ogni documento con anno di regno + stagione + mese + giorno. Una volta inciso, diventava un record temporale immutabile e verificabile, come i timestamp della blockchain, che certificano in modo permanentemente quando avviene una transazione;
– Immutabilità: incidevano informazioni cruciali su pietra per preservarle eternamente.
Pur non utilizzando tecnologie identiche alla blockchain, i principi fondamentali erano gli stessi. Era un “sistema di “certificazione temporale” di 4000 anni fa ancora verificabile oggi. Quando si dice che ogni cosa è collegata al passato, si può fare riferimento anche a concetti come questo.
Cos’è la blockchain?
La blockchain è un registro digitale, crittografato, distribuito e inalterabile, che promette un futuro senza frodi e falsificazioni. Quindi, con la blockchain è possibile risolvere un problema che è vecchio quanto la civiltà stessa: preservare l’autenticità.
Il sigillo: l’antenato della firma digitale
Prima dei server e dei registri digitali distribuiti, c’era l’argilla. Nell’antico Egitto e in Mesopotamia, il sigillo cilindrico o lo scarabeo sigillo non erano solo gioielli, ma strumenti di potere e garanzia. Incisi con simboli, figure divine o con il nome del proprietario, venivano impressi su tavolette d’argilla ancora umide per autenticare documenti, sigillare contenitori o certificare accordi commerciali. Un sigillo intatto garantiva l’integrità del contenuto. Anche nel Medioevo, il sigillo che era di ceralacca o di piombo, e veniva usato per garantire autenticità e provenienza.
Dalla fiducia centralizzata a quella distribuita
Ma nel passato, il sistema di certificazione della garanzia di autenticità era centralizzato: dipendeva dall’autorità del re, del notaio o del proprietario del sigillo. Oggi, con la blockchain non ci si affida più a un’entità singola, ma a un’intera rete di computer che lavora in modo trasparente e anonimo.
Possiamo, quindi, dire che ha democratizzato e distribuito la fiducia.
Al tempo nostro, ogni creazione che viene protetta in blockchain porta con sé la sua storia completa, trasparente e immutabile, una genealogia digitale che la rende unica e autentica per sempre. Aziende visionarie come LutinX hanno colto questa opportunità, facendo della protezione della proprietà intellettuale una delle tante missioni. Con la piattaforma Lutinx è possibile creare certificati di autenticità che sono più che semplici documenti: sono impronte digitali incorruttibili, sigilli temporali che seguono un’opera attraverso tutti i suoi passaggi di proprietà.
Con Lutinx un artista può creare un certificato di paternità inoppugnabile per la sua opera, che sia un quadro, un brano musicale o un file digitale. Funziona come un atto notarile, ma è digitale, globale e immutabile. ogni cosa (anche firme di abbigliamento, gioielli, la tracciabilità di tutta la filiera del food, beni di varia natura, documenti) si possono registrare con una “data certa”, ovvero un timestamp che dimostra in modo inequivocabile quando l’opera è stata creata e da chi. Questo registro permanente serve come prova legale in caso di dispute, superando i limiti dei certificati cartacei che possono essere persi, falsificati o danneggiati. E tutto ciò non è davvero cosa da poco.
Il nostro viaggio nel tempo rivela, quindi, che l’innovazione spesso consiste nel trovare nuovi modi per soddisfare antiche necessità umane.
Per concludere, attesto la paternità e l’autenticità di questo articolo attraverso la sua “notarizzazione” in blockchain, con la piattaforma Lutinx, così ogni lettore può eventualmente verificare e distinguere in modo trasparente un articolo verificato da uno non verificato. Ecco l’has code (firma digitale unica e irripetibile che identifica l’autenticità di questo documento):
INDAGINE CONDOTTA DA PORDENONE OGGI SUI CONTROLLI E LE CONTRAFFAZIONI
Il mio precedente articolo sull’Italian Sounding ha riscosso notevole interesse, spingendo molti lettori a chiedermi di scrivere di più sulle problematiche del complesso mondo del Made in Italy.
In questo articolo indagine tratterò la distinzione tra “Made in Italy” e “Made in Italy 100%”, e i controlli sulle contraffazioni.
Purtroppo, devo dire che c’è molta confusione tra i consumatori. La legge parla chiaro… si certo, ma non basta! Dovete sapere che il criterio legale del Made in Italy si basa sul Codice Doganale Comunitario. Un prodotto può essere etichettato “Made in Italy” se ha subito in Italia l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata e avvenuta in un’azienda attrezzata a tale scopo. Peccato che la logica di questa normativa comunitaria è legata all’economia globale e al mercato unico europeo, e non è stata pensata per tutelare specificamente l’Italia (tanto per cambiare è fuorviante e insufficiente, o no?). Il problema è che crea discrepanza sulle aspettative di eccellenza e italianità totale, svalutazione del marchio italiano, e crea competizione sleale. Per questo motivo, l’Italia è dovuta ricorrere ai ripari, introducendo la Legge n. 166/2009 (nota come “legge anticontraffazione”), che è stata un passo significativo per tutelare il vero “Made in Italy”, e ha promosso marchi come il 100% Made in Italy.
Adesso vediamo qual’è la differenza tra un prodotto Made in Italy e “Made in Italy 100%”
La mozzarella è legalmente “Made in Italy” se prodotta in Italia con latte tedesco? Si, “accipicchia” è legalmente italiana, ma non è DOP se il latte non è italiano.
E l’olio extravergine d’oliva, può essere considerato “Made in Italy” anche con miscele UE/extra-UE se imbottigliato in Italia? Purtroppo, sì. Solamente il marchio DOP certifica e garantisce l’intera filiera in area geografica specifica con varietà autoctone.
E allora la pasta fatta con il grano estero (canadese, australiano, ucraino) è “Made in Italy”? Si, è made in Italy. Ma quanti sanno che se la pasta viene lavorata in Italia è purtroppo considerata Made in Italy? Quanti sanno che non può ottenere il marchio DOP senza grano italiano. Ed ecco che adesso si apre un’altra questione: l’utilizzo del grano proveniente da Paesi non UE, a costi più bassi rispetto al grano italiano, creando una concorrenza sleale nei confronti dei produttori italiani. Vi è anche la questione della qualità: il grano straniero, in particolare quello canadese, è spesso trattato con il glifosato (estremamente dannoso per la salute), pratica vietata in Italia. Eppoi, c’è anche la questione delle etichette UE e non UE”, che sono poco chiare perché non si capisce quant’è la percentuale di grano italiano rispetto a quello importato. Secondo i pastifici il grano italiano, seppur di qualità, non copre la domanda nazionale. Molti pastifici hanno creato linee 100% italiane per rispondere alla crescente richiesta di tracciabilità.
In tutta questa storia sul Made in Italy, è diversa la situazione per i vini DOC/DOCG, che rappresentano il vero standard di eccellenza, che garantisce la filiera 100% territoriale, dal campo alla tavola.
I controlli in Friuli-Venezia Giulia nel 2024
La regione, per la sua posizione strategica (confini con Slovenia e Austria, porto di Trieste), è naturalmente coinvolta nei controlli transfrontalieri, e nelle operazioni OPSON VIII (iniziativa congiunta di Europol e Interpol che viene condotta annualmente per contrastare le frodi alimentari) su specifiche filiere o categorie di prodotti. Il Friuli risulta anche tra le regioni monitorate dall’ICQRF (acronimo di Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei prodotti agro-alimentari), importante agenzia del governo italiano, che fa parte del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF).
Le forze dell’ordine e gli enti di controllo in Friuli-Venezia Giulia hanno lavorato bene, con diverse e significative operazioni “chirurgiche” contro le frodi e gli illeciti alimentari. L’Agenzia delle Dogane: al porto di Trieste ha sequestrato nel 2024 oltre 100.000 dadi alimentari contraffatti.
A Monfalcone, nel 2024, la Guardia Costiera ha sequestrato circa 120 chili di prodotti ittici privi di tracciabilità nelle province di Udine e Gorizia.
A Trieste, la Polizia Locale ha sequestrato oltre 100 alimenti senza etichetta.
La situazione delle frodi in Friuli
Anche nel Friuli, terra di Montasio, San Daniele e viti autoctone, il rischio della frode alimentare è concreto, ma i sistemi di controllo funzionano, e la qualità italiana autentica resiste. I friulani non si limitano a comprare cibo: cercano autenticità territoriale e valori culturali nel cibo che mettono nel piatto.
Comprare prodotti made in Italy 100% non si sbaglia mai, perché sono delle vere eccellenze che rappresentano non solo la qualità e la tradizione del nostro territorio, ma anche l’impegno e la passione di chi lavora ogni giorno per preservare e valorizzare il patrimonio agroalimentare del nostro stupendo paese.
ATTENZIONE LETTORI: la storia continua la prossima settimana
L’argomento è troppo vasto per un singolo articolo. Questo è solo il primo episodio di un’indagine più ampia sul Made in Italy che richiede un approfondimento graduale e dettagliato.
Prossimo appuntamento fra qualche giorno per il secondo episodio dell’inchiesta.
Vi ho incuriosito abbastanza? La seconda parte prometteinformazioni ancora più interessanti…
Le società di mutuo soccorso sono in crescita in Italia come modello di welfare (sistema di protezione sociale che garantisce servizi e prestazioni sanitarie, assistenziali dei cittadini attraverso interventi pubblici e privati).
Il fenomeno delle mutue volontarie coinvolge anche il Friuli-Venezia Giulia.
Cosa sono le Società di Mutuo Soccorso Volontarie
Le Società di mutuo soccorso (SMS), hanno una lunga storia in Italia e una legislazione specifica a partire dalla legge 15 aprile 1886, n. 3818, intitolata “Costituzione legale delle società di mutuo soccorso”. Il termine “volontarie” viene spesso aggiunto per sottolineare una delle caratteristiche fondamentali di queste organizzazioni: l’adesione non è obbligatoria, ma una scelta libera del singolo. Sono organizzazioni costituite da persone che, senza finalità di lucro, si associano con lo scopo primario di ottenere prestazioni di assistenza e sussidi nei casi di bisogno, come definisce ufficialmente la FIMIV (Federazione Italiana della Mutualità Integrativa Volontaria).
Sono nate circa 139 anni fa a Pinerolo, dall’idea di un calzolaio, un indoratore, quattro falegnami, due sarti e un capomastro, decisi a organizzarsi in una società di mutuo soccorso denominata: “Società Generale Operaia di Mutuo Soccorso di Pinerolo”per garantire a tutti i soci assistenza.
Il quadro normativo attuale
Il settore ha ottenuto riconoscimento normativo con l’inserimento nel Terzo Settore, aprendo nuove possibilità di collaborazione con le pubbliche amministrazioni e maggiori garanzie per i progetti congiunti.
La situazione in Friuli-Venezia Giulia
In Friuli-Venezia Giulia sono attive:
– la società di mutuo soccorso “Cesare Pozzo” con una sede regionale a Trieste e un presidio territoriale a Udine, Pordenone, Monfalcone;
– la Società Operaia di Mutuo Soccorso ed Istruzione di Pordenone: una realtà storica e attiva, con iniziative a valenza sociale, culturale e di sostegno alla comunità;
– la Società Operaia Mutuo Soccorso e Consumo di Claut: società cooperativa con sede in provincia di Pordenone.
– la Società Monfalconese di Mutuo Soccorso con sede a Monfalcone.
Settori di intervento e opportunità occupazionali
Le società di mutuo soccorso operano principalmente nell’assistenza sanitaria integrativa, domiciliare per anziani, servizi di assistenza allo studio per famiglie in difficoltà (doposcuola solidali, aiuto compiti per bambini e ragazzi).
I settori di intervento e le opportunità occupazionali si concentrano principalmente su:
– Assistenza sanitaria integrativa e domiciliare.
Le figure professionali richieste includono impiegati di back office per la gestione delle pratiche e assistenti domiciliari qualificati (OSS) per l’assistenza diretta;
– Servizi sociali ed educativi. Ruoli come educatori e tutor sono fondamentali per i progetti di assistenza allo studio rivolti a famiglie in difficoltà.
I vantaggi concreti per le Amministrazioni Pubbliche
Perchè i comuni dovrebbero promuovere le mutue
I comuni non possono costituire direttamente le società di mutuo soccorso (essendo le mutue enti privati costituiti da persone fisiche), ma dovrebbero promuovere attivamente la loro costituzione sul territorio nei seguenti ambiti strategici:
– Ridurre la pressione sui bilanci comunali ampliando ed esternalizzando i servizi sociali e sociosanitari alla cittadinanza a costi inferiori (la spesa a domicilio per anziani, piccole commissioni, accompagnamento per visite mediche);
– Rafforzare la coesione sociale, trasformando i cittadini da fruitori passivi a protagonisti attivi del Welfare locale;
– Emergenze abitative temporanee (garanzie per affitti e sistemazioni brevi);
– Emergenze climatiche o eventi avversi (assistenza agli sfollati);
– Promozione di opere intellettuali e d’arte d’interesse per la comunità locale;
– Servizi digitali: alfabetizzazione informatica per anziani, sportelli digitali di quartiere.
– Per sostenere iniziative culturali o di utilità sociale senza assumere nuovo personale.
– Servizi di welfare integrativo per dipendenti comunali o famiglie fragili.
Le società di Mutuo Soccorso portano know‑how e capacità operativa, mentre i Comuni offrono spazi, coordinamento e visibilità. Con questa sinergia è possibile ottenere anche fondi esterni che riducono la pressione sul bilancio comunale: molti bandi UE e FVG prevedono premialità per partenariati pubblico-privato-sociale, cioè Comuni + enti del Terzo Settore come le mutue.
Come i comuni possono collaborare con le mutue esistenti
Il Comune individua un bisogno sociale o di welfare. Stipula una convenzione con una mutua volontaria del territorio. Insieme presentano progetti a bandi regionali o europei. La mutua gestisce il servizio, il Comune riduce i costi e ottiene impatto sociale. Quindi, ogni nuovo progetto mutualistico genera posti di lavoro diretti (operatori sanitari, assistenti sociali, personale amministrativo, manutentori, educatori) e indiretti (fornitori di servizi, strutture convenzionate, cooperative locali).
Una tradizione che guarda al Futuro
Il mutualismo friulano non è solo storia, ma presente e futuro. Le mutue rappresentano una risposta concreta al welfare contemporaneo attraverso la sussidiarietà.
Per il Friuli è il momento di riscoprire questo patrimonio di solidarietà organizzata per affrontare le sfide sociali territoriali.
Creare una società di Mutuo Soccorso può rappresentare un’opportunità lavorativa.
Il quotidiano Pordenone Oggi si rende disponibile su richiesta a fornire maggiori approfondimenti sulla creazione di mutue volontarie.
29.07.25, L’INCHIESTA DEL QUOTIDIANO DI PORDENONE:
l’agonia silenziosa delle imprese italiane, come il regolamento di Basilea sta uccidendo il cuore produttivo del nostro pese
Mentre l’Europa celebra la stabilità bancaria, migliaia di piccole imprese italiane chiudono per mancanza di credito. Una strage silenziosa che nessuno vuole vedere.
Il paradosso del made in Italy
L’Italia produce i migliori vini al mondo, formaggi che fanno invidia ovunque, olio d’oliva pregiato, beni di alta moda. Eppure, molte aziende che creano queste eccellenze hanno difficoltà ad accedere al credito. Non per crisi di mercato, ma per un nemico invisibile: i criteri di rating degli accordi di Basilea.
Gli accordi di Basilea sono regole internazionali per la stabilità bancaria, voluti dal comitato di Basilea per la Vigilanza bancaria (Basel Committee on Banking Supervision – BCBS) che è stato istituito dai governatori delle banche centrali del Gruppo dei Dieci (G10), un’organizzazione internazionale che riunisce paesi di grande rilevanza economica.
Basilea I (1988) introdusse i primi requisiti patrimoniali, Basilea II (2004) aggiunse i rating e modelli interni, Basilea III (2010) rafforza i controlli post-crisi finanziaria.
Germania ha dimostrato un interesse particolare nell’attuazione di Basilea II, figurando tra i primi paesi europei a implementarne le disposizioni e a promuoverne attivamente l’applicazione.
Basilea II non è idonea alle caratteristiche dimensionali e strutturali delle imprese italiane. Basilea II rende più difficile e costoso per le piccole accedere al credito a causa della loro struttura.
Prima degli Accordi di Basilea II, il direttore della banca di paese conosceva ogni imprenditore. Sapeva che Mario del caseificio non aveva mai mancato un pagamento in 30 anni. Poi sono arrivati gli algoritmi: freddi, implacabili, incapaci di capire che dietro un fatturato di 200.000 euro c’è spesso più solidità di una multinazionale indebitata.
I numeri della catastrofe: tra 2008 e 2020 i prestiti alle imprese agricole si sono ridotti del 40%, mentre per le PMI il rapporto tra debiti finanziari e capitale netto è diminuito drasticamente dal 99,5% al 66,9% nel 2019. Il tasso di rifiuto per i prestiti alle microimprese agricole è passato dal 15% al 45%. Per le PMI in generale si registrano difficoltà crescenti nell’accesso al credito e spread eccessivi. Questi non sono solo dati statistici, ma tradizioni perdute.
Il tradimento istituzionale
Perché l’Italia non si è mai opposta? Per una miscela tossica di incompetenza e complicità. Durante i negoziati cruciali (2004-2010), il governo Berlusconi era troppo distratto per capire la portata tecnica, e le grandi banche italiane, spinsero per l’adozione dei nuovi criteri, vedendovi un’opportunità per liberarsi dei clienti meno redditizi.
In risposta all’introduzione di Basilea II fu potenziato il Fondo Centrale di Garanzia, che è lo strumento pubblico che garantisce i finanziamenti bancari alle imprese, facilitando il loro accesso al credito e riducendo il rischio per le banche. Offrendo una garanzia pubblica, si mitigano gli effetti di Basilea II, permettendo alle banche di accantonare meno capitale.
Ma quest’anno è entrato in vigore il “Basel III Finalisation” – ancora più spietato. Come ammette un esperto: “le banche lavoreranno sempre più esclusivamente con le aziende con un buon rating”. Quindi, addio microimprese, addio agricoltura familiare.
Il paradosso europeo
Germania e Francia hanno ottenuto deroghe specifiche. L’Italia implementa subito e disciplinatamente “Basel III Finalisation”. Siamo i primi della classe che rispettano regole suicide.
L’aiuto fondamentale e insostituibile dei Confidi
In questo scenario drammatico, i Consorzi di Garanzia Fidi (Confidi) rappresentano un’ancora di salvezza fondamentale per le PMI italiane. L’Italia ha il sistema di Confidi più diffuso d’Europa con 500 organismi attivi, contro i 20 della Germania, i 36 della Francia e i 23 della Spagna. I Confidi conoscono il territorio, valutano le imprese con criteri qualitativi oltre che quantitativi, mutualizzano i rischi su base settoriale. Senza i Confidi, che rilasciano garanzie fideiussorie collettive mutualistiche (che coprono fino all’80% del finanziamento richiesto dalle imprese), riducendo drasticamente il rischio percepito dalle banche. migliaia di aziende sarebbero già scomparse. Questo meccanismo permette alle imprese di accedere al credito bancario che altrimenti sarebbe negato, garantendo liquidità essenziale per investimenti e capitale circolante. I Confidi operano spesso in sinergia con il Fondo di Garanzia per le PMI, che è lo strumento principale di garanzia pubblica in Italia. Le percentuali di garanzia offerte dai Confidi, sia direttamente che tramite controgaranzie del Fondo, variano in base a diversi fattori.
Le sfide cruciali dei Confidi italiani
I Confidi in Italia stanno affrontando un periodo complesso, caratterizzato da un aumento dei rischi e delle perdite derivanti dalle insolvenze delle imprese garantite, causato da fattori come la pandemia, l’inflazione e le tensioni geopolitiche, che sta portando a maggiori accantonamenti e perdite.
Pressioni normative: le stringenti normative come Basel III e la Direttiva CRD IV (normativa chiave dell’UE, nata da Basilea III, per rendere le banche più robuste con requisiti di capitale e liquidità più stringenti), stanno imponendo anche ai Confidi requisiti patrimoniali più elevati e maggiori controlli, con conseguenti costi di compliance in aumento.
Sostenibilità economica: molti Confidi lottano per mantenere un equilibrio finanziario a causa dei margini operativi ridotti.
L’ipocrisia del sistema
Le banche non sono mai state così forti, ma sono come un ospedale efficientissimo che cura solo i sani.
Il prezzo del silenzio
Stiamo perdendo sicurezza alimentare, presidio territoriale, know-how millenario, competitività. Tra dieci anni le eccellenze italiane saranno prodotte in Spagna o Francia o da paesi dell’est (da multinazionali che avranno acquisito i nostri brand).
Serve un supporto istituzionale e normativo
Innanzitutto, sono necessari aiuti economici per i Confidi e la semplificazione degli obblighi di reporting verso le autorità di vigilanza
L’Ultima chiamata
Altri paesi hanno trovato soluzioni. La Germania ha le Sparkassen, casse pubbliche locali che non applicano rigidamente il regolamento Basilea alle microimprese. L’Italia poteva rafforzare le BCC, creare rating specifici per PMI, utilizzare banche come Artigiancassa, patrimonializzare ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) che èun ente pubblico economico italiano che svolge un ruolo fondamentale a supporto del settore agricolo e agroalimentare erogando garanzie e finanziamenti.
L’Italia, invece, ha scelto il suicidio assistito.
In conclusione, serve una battaglia europea per rivedere Basilea. È necessario un sistema bancario pubblico dedicato come quello tedesco.
Le imprese italiane meritano di essere aiutate, perché le imprese italiane sono le migliori al mondo. Producono eccellenze sfidando un fisco “vampiro” e una burocrazia soffocante. Le imprese italiane meritano GIUSTIZIA.